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Pare che già al tempo degli antichi Greci e Romani si usasse brindare alla “salute di vivere”, derivante da un antico rito religioso che prevedeva di mangiare pane tostato in omaggio ai cari defunti, trasformatosi – successivamente – nel sollazzarsi in libagioni e alcol in onore degli dei.

Omero, nei suoi celebri poemi Iliade ed Odissea, rappresentava dei ed eroi nell’atto di bere scambievolmente gli uni alla salute degli altri.

 

Ovidio ci racconta come fosse usanza brindare al gentil sesso passando alla donna, dopo aver bevuto, la coppa dopo aver intinto il dito nel vino col quale scrivere il di lei nome sul tavolo.

 

S. Ambrogio ci narra di una singolare usanza dei cristiani di brindare non tanto alla salute dei vivi ma, piuttosto, alla memoria dei martiri e dei santi.

 

Fra i popoli nordici il brindisi era dedicato agli dei, agli eroi tradizionali e al re.

 

Nei primi anni del Quattrocento si era diffuso in Francia l’uso di brindare, in Normandia persino alla salute delle ragazze, due secoli dopo Luigi XIV vietò i brindisi che erano permessi solo in occasione dell’Epifania.

 

In Italia tornò in voga brindare dal Cinquecento (e ancora lo facciamo) con l’aggiunta di declamare versi di circostanza.

 

Il simpatico odierno gesto di urtare con delicatezza i calici prima di iniziare a bere non era proprio lo stesso agli esordi di questa usanza poiché il brindisi era vigoroso (i bicchieri allora non erano in cristallo o vetro) perché serviva per far sì che i liquidi potessero contaminarsi e scambiarsi evitando che venisse messo veleno nei bicchieri.

 

Il termine comunemente usato “Cin, Cin” sembra cinese ed, infatti, pare che provenga proprio dall’antica Cina dal termine ch’ing, ch’ing (prego, prego) che i marinai inglesi – negli anni del fiorente commercio con l’impero asiatico – importarono in Europa come saluto confidenziale.

 

 

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